lunedì 27 maggio 2013

FEMMINICIDIO E NEGAZIONISMO

Oggi Loredana Lipperini scrive:

"Fabrizio Tonello, Davide De Luca, “Daniele”, Sabino Patruno. Sono, nell’ordine, un docente di Scienza dell’Opinione Pubblica, un giornalista a cui “piacciono i numeri e l’economia”, un laureato in filosofia che scrive per Vice e un notaio.
Cos’hanno in comune è presto detto: una serie di post (sul Fatto quotidianoIl PostQuithedoner,Noisefromamerika), pubblicati a distanza ravvicinata e decisamente simili nei contenuti, nelle conclusioni e nel commentarium, nei quali dichiarano il femminicidio vicenda montata mediaticamente e fondata su numeri sbagliati. Ci sono, naturalmente, varianti nei toni usati: da quelli gelidi di Tonello nel distinguere l’assassinio di una donna dallo sfregio con l’acido (“dalla tomba non si esce, dall’ospedale sì”), a quelli sprezzanti di De Luca, passando per l’esposizione dotta di Patruno fino alla “bava alla bocca” delle “neofemministe” evocata con compiacimento da Davide-Quit the doner.
Cosa altro hanno in comune questi post, a livello generale? La sensazione che, tutti, si rivolgano a interlocutori che hanno le sembianze di spettri, e che quegli spettri esistano solo nella loro testa, si tratti di giornalisti distratti, politici occhiuti, femministe, appunto, bavose. Non donne e uomini reali, ma caricature. Come se la denuncia del femminicidio venisse da un soggetto unico, che è facile incarnare nel vecchio stereotipo della femminista arrabbiata, livorosa, profittatrice, isterica, bisbetica. Le argomentazioni, infatti, non vengono quasi mai riferite a chi le ha effettivamente usate: si denuncia all’ingrosso complottismo, uso sbagliato o addirittura truffaldino dei dati, voglia di sensazionalismo, senza mai fare nomi e cognomi; come se tutte e tutti coloro che si sono occupati e si occupano del tema fossero indistintamente accomunati da intenzioni subdole, ignoranza, protervia, isteria, ricerca affannosa di un attimo di celebrità.
Veniamo al punto. Le argomentazioni statistiche usate dal drappello sono quattro.
a. Il numero di donne uccise è costante negli anni e l’incremento percentuale è dovuto al fatto che vengono uccisi sempre meno uomini, per cui il femminicidio non esiste;
b. In Italia le morti di donne sono di molto inferiori alla media internazionale, quindi il femminicidio non esiste;
c. Dalla combinazione incestuosa di a. e b., discende la variante forse più stupefacente di negazionismo statistico: siccome la frequenza delle donne uccise registra dei minimi – nel tempo e nello spazio – che si collocano attorno al valore di 0,5 casi l’anno ogni 100.000 abitanti, se siamo in prossimità di quel valore (e in Italia lo siamo) abbiamo raggiunto il “minimo fisiologico” e possiamo essere sereni;
d. I dati non sono attendibili in quanto raccolti in modo non scientifico, quindi il femminicidio non esiste;
Le argomentazioni “politiche” sono invece tre:
1. Non esiste un’emergenza femminicidio, si tratta di un fenomeno a bassa intensità costante nel tempo e anzi in calo;
2. E’ stato fatto del mero sensazionalismo, creando la percezione di una escalation che i dati non confermano e anzi smentiscono;
3. Non ha senso chiedere leggi più severe per gli omicidi derivanti da questioni di genere, perché la vita di una persona non è più preziosa di quella di altre persone.
La cosa che impressiona è che il drappello dice cose molto simili a quanto sostenuto da Michela Murgia e da me, ma arrivando a conclusioni opposte. Certo, i dati sono pochi e confusi, perché non esiste un’indagine statistica dedicata. Certo, bisogna porre la massima attenzione quando i numeri vengono forniti. Certo, le leggi repressive non hanno senso né utilità (ne ha invece il lavoro culturale e di formazione, la moltiplicazione dei centri antiviolenza e il loro finanziamento). Certo, se il femminicidio fosse un’emergenza contingente potrebbe essere studiato e circostritto, ma il femminicidio è fenomeno endemico e drammatico. E, certo, i numeri ci dicono che altrove si uccide di più. Per chiarezza, ecco un passo da L’ho uccisa perché l’amavo:
“ Gli statistici improvvisati vanno, abitualmente, in cerca di rapporti, specie le statistiche dell’Onu sull’omicidio (UNODC homicide statistics) grazie alle quali si può sottolineare che si ammazza di più in Nord Europa, ma guarda, proprio nei paesi più emancipati e dove le donne sono più libere, e dunque la percentuale di morte è in Norvegia il 41,4% in Svezia e Danimarca il 34,5% in Finlandia il 28,9%, in Spagna il 33,1% in Francia il 34,5%; in Giappone il 50%, negli USA il 22,5%. Contro il 23,9% dell’Italia. Dunque, ci vien detto, se in Italia le vittime di sesso femminile non arrivano al 25%, è logico e conseguente che a morire siano soprattutto i maschi, che dunque vanno considerati le vere vittime. (…)
Ma guardiamoli bene, i dati che riguardano il nostro paese. Nel rapporto sulla criminalità in Italia si scopre che le donne uccise sono passate dal 15,3 per cento del totale, nel triennio 1992-1994, al 26,6 del 2006-2008. Peraltro, la maggior parte delle vittime si registra nel ricco e sviluppato (e, certo, più popolato) nord: dove, nel 2008, ultimo anno disponibile, le vittime di sesso femminile sono state il 47,6 per cento, contro il 29,9 per cento del sud e il 22,4 del centro. In poche parole, se il numero cresce, ed è sempre quel tipo di omicidio, la crescita è il fenomeno, e non il numero, che è effettivamente tra i più bassi al mondo. Significa, per essere più precisi, che se le morti per criminalità organizzata passano da 340 nel 1992 a 121 nel 2006 e quelli per rissa da 105 a 69 , i delitti maturati in famiglia o “per passione”, che sono in gran parte costituiti da femminicidi, passano da 97 a 192. In altre parole ancora, mentre gli omicidi in Italia sono calati del 57 per cento circa, i delitti passionali sono cresciuti del 98 per cento. Inoltre. Se si guarda la tabella relativa ai rapporti di parentela fra autori e vittime di omicidi commessi in ambito familiare in Italia fra il 2001 e il 2006, nel 66,7 per cento dei casi (due donne su tre) è il coniuge, il convivente o il fidanzato maschio ad uccidere la propria compagna. Infine, se in assoluto sono i maschi a essere vittime maggiori di omicidio volontario, si nota però, che mentre le donne erano il 15,3 % nel 1992, sono arrivate a essere il 26 nel 2006.
Ancora. Nel Rapporto sulla criminalità e sicurezza in Italia 2010, curato da Marzio Barbagli e Asher Colombo per Ministero dell’Interno − Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Fondazione ICSA e Confindustria, i risultati sono così sintetizzati: “Rispetto alla fase di picco del tasso di omicidi, negli anni Novanta, oggi la quota di donne uccise è straordinariamente cresciuta. Nel 1991 esse costituivano solo l’11% delle vittime di questo reato, ma oggi superano il 25%. In Italia, quindi oltre 1/4 delle vittime è donna. La crescita dipende da una relazione ben nota agli studiosi, per la quale la quota di donne sul totale delle persone uccise cresce al diminuire del tasso di omicidi. Questo accade perché, mentre il tasso di omicidi dovuto alla criminalità comune e a quella organizzata è molto variabile, gli omicidi in famiglia − la categoria in cui le donne sono colpite con maggiore frequenza − è invece più stabile nel tempo e nello spazio””
Cosa dicono, invece, i negazionisti? Offrono una costruzione sillogistica inconsistente, per cominciare: sostenere che il femminicidio non esiste perché il numero resta fisso, abbiamo un numero di donne morte inferiore alla media e i dati non sono attendibili non ha consequenzialità logica. Diremmo forse che la mafia non esiste, in base alla constatazione che ormai il numero di morti ammazzati è costante da anni, c’è scarsità di dati e la mafia russa ammazza molta più gente? Quanto al “minimo fisiologico”, colpisce che chi bacchetta l’atteggiamento non scientifico di altri ricorra a sua volta a una vera e propria fola: chi l’ha certificato, questo minimo fisiologico? Sulla base di quali evidenze scientifiche? Facciamo un parallelo: si parla molto di malasanità; mentre l’OCSE colloca il nostro sistema sanitario addirittura al secondo posto dietro quello francese, e soprattutto lo attestano i fatti, con una durata media della vita degli italiani che è seconda solo a quella dei giapponesi. Nonostante questo, tutti i giorni negli ospedali italiani si muore, e non per malattia: si muore per infezioni ospedaliere, per errori medici, per guasti alle attrezzature vitali. Considerando le prestazioni erogate ogni anno, che sono milioni, si potrebbe ben sostenere che gli episodi riportati dai giornali siano un “minimo fisiologico”, che stiamo bene così e nessun intervento è dovuto. Non c’è emergenza. Eppure, nessuno si sognerebbe di dire che è “fisiologico” venire ammazzati in ospedale, sia pur involontariamente; siamo tutti consapevoli che il famoso “minimo fisiologico” probabilmente esiste, ma nemmeno vogliamo conoscerlo (ammesso che sia possibile) e lo stesso pretendiamo che ogni sforzo venga fatto per spostare quel limite il più possibile verso lo zero. La domanda da un milione di dollari è: perché invece parlando di femminicidio tanta gente ritiene che ci si debba accontentare? Non è di vite umane, che stiamo parlando?
Venendo ai dati, vera e propria croce per chi voglia seriamente indagare questo fenomeno, i negazionisti perdono regolarmente l’occasione per sottolineare questa carenza e additarla per quello che è: un problema da risolvere, e non una comoda cortina fumogena utile per avvolgere tutto nella notte in cui tutte le vacche son nere. Dire che i numeri non vengono da una fonte autorevole è giusto; dire che sono sbagliati è un fatto che va dimostrato. I negazionisti non si rendono conto che proprio l’assenza di dati è un fatto in sé gravissimo. Non solo: quando Patruno (da cui sono nati gli altri post, evidentemente) sostiene che l’incidenza percentuale dei femminicidi (che aumenta a fronte di numeri assoluti calanti per gli omicidi di altra natura) conta “assai poco” e che a contare sono “i numeri assoluti e le dinamiche di questi numeri nel tempo”, fornisce un’interpretazione tutta sua, e per nulla scientifica. Le percentuali non dicono “assai poco”: dicono una cosa diversa e complementare rispetto alle frequenze assolute (che in statistica sono sinonimo di numero, n.d.r.), integrando l’informazione. In questo caso specifico potrebbero ad esempio dire che, avendo trovato il modo di ridurre certi tipi di omicidio ma non quello ai danni delle donne, è giunta l’ora di mettere in campo risorse specificamente destinate a questo scopo.
Risorse non significa leggi: la maggior parte delle persone e delle associazioni impegnate nella lotta alla violenza contro le donne non chiede leggi ad hoc, ma semplicemente la rigorosa applicazione delle normative esistenti e, soprattutto, la protezione delle donne che denunciano e il finanziamento di strutture in cui possano essere accolte e aiutate.
Ricapitolando: se abbiamo davanti un’incidenza percentuale che ci dice che, a differenza di altri delitti, il femminicidio esiste e non cala come gli altri crimini, se abbiamo davanti un’assenza di dati e di risorse, si dovrebbe concludere – e sarebbe logico farlo – che abbiamo un problema. Il drappello di fact-checker, invece, conclude che NON lo abbiamo.
Perché? Questa dovrebbe essere la domanda. Le risposte, come è ovvio, soffiano nel vento. Ma una cosa vorrei dire: comprendo che la razionalità (è davvero tale?) degli studiosi (quando sono degni della definizione, naturalmente, e non semplicemente aspiranti influencer) chiami alla freddezza anche quando una ragazzina di sedici anni viene bruciata viva dal fidanzato, ché a noi non interessa, ché l’emotività è roba da “opinione pubblica”. Eppure non è questo che chiediamo a chi studia. Non è questo che chiediamo a chi pronuncia parola pubblica, sapendo bene di usarla come un’arma e di usarla, nella gran parte dei casi, solo per chiamare a sé i riflettori in un momento in cui il dibattito è caldo. Che vengano, i riflettori: abbiateli. Ma almeno sappiateli usare per il bene di noi tutti: e non, semplicemente, per qualche follower in più."

Mi piacerebbe che si aprisse un dibattito su questo tema.

4 commenti:

  1. 1/3 Non approvo molto il termine “negazionismo” per definire coloro che negano l’esistenza del fenomeno chiamato “femminicidio”. Secondo me non c’è nulla da negare: esistono omicidi, con vittime le donne e con vittime gli uomini. Esistono entrambi, anche se molto femministe (non la Lipperini) sembrano quasi negare. Ovviamente tra queste grandi sottodivisioni, gli omicidi che hanno come vittime le donne, destano più scalpore, più hype, più interesse mediatico, più indignazione. I motivi sono diversi, ma tutti riconducibili al fatto che nella nostra società la vita di un uomo ha un valore minore. All’interno della suddivisione degli omicidi più degni di nota, cioè quelli con vittime le donne, c’è una suddivisione di secondo livello, in relazione al sesso dell’omicida. Secondo questa suddivisione, si distinguono omicidi più gravi di altri, cioè destano più scalpore, più hype, più interesse mediatico, più indignazione, gli omicidi che vedono uomini uccidere le donne. Il caso Scazzi è diventato un tormentone, perché all’inizio si pensava che l’omicida fosse papà Misseri e non figlia con moglie, poi l’hype è rimasto, in quanto l’audience non calava, e quindi hanno deciso di rimanere sul pezzo.
    All’interno della suddivisione più degna di nota, cioè di quella che vede donne vittime e uomini omicidi, vi è una suddivisione di terzo livello: da questi casi si estrapolano, i casi in cui lei è stata uccisa “in quanto donna” da un fidanzato o marito o ex. Questi casi sono all’interno di quella suddivisione i più degni di nota, gli unici a meritare il marchio registrato di “Femminicidio”.

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  2. 2/3 Il femminicidio esiste? Semplicemente no, perché le casistiche sono inferiori ad un caso all’anno, secondo questa definizione; infatti l’espressione “in quanto donna” la interpreto in maniera molto letterale cioè come “uccido lei perché donna, non tanto per altri motivi”. Però non vorrei mettere il dito nella piaga sulle questioni lessicali: è chiaro che il femminismo non intende quest’espressione alla lettera e le dà un significato personale. Il femminicidio è quindi l’omicidio doloso di una donna, da parte di un uomo, che ha avuto relazioni sessuali, anche non corrisposte, con la vittima, con un movente legato a quella relazione o non relazione. Il femminicidio esiste? O diamine, se esiste!! Non vedo come non potrebbe esistere. Molti antifemministi, anche quelli con cui condivido 19 righe su 20, sono fenomenali nel cercare e memorizzare dati su tutti gli altri tipi di omicidi, con vittime uomini, quelli per mano femminile, quelli per mano femminile con moventi di natura sessuale; ne risulterebbe che gli omicidi con marchio “femminicidio” sono di numero non notevole e assolutamente non giustificante l’emergenza che mediaticamente si sta urlando.
    In questa sfida tra antifemministi e femministi, oppure tra negazionisti e sensazionalisti, che si gioca a colpi di statistiche e smentite e critiche ad agenzie statistiche e critiche ad altri dati spiegati in modo ambiguo o semplicemente stupido, tendo a dare ragione alla mia parte, quella antifemminista, pur non avendo nessuna certezza della veridicità dei dati delle due fazioni, in quanto non sono io a farli personalmente. Da antifemminista di lungo corso, conosco quanto sia distorto il sistema mediatico pro-femdom e questo mio pensiero è comprensibile da chiunque alla luce del recente caso Clandy, dove la disparità di trattamento si è rivelata di fronte anche alla più cieca sensazionalista.

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  3. 3/3 Il punto del mio intervento però è un altro; a me interessa fino ad un certo punto la sfida a chi muore di più e chi uccide di meno: gli omicidi di donne, di uomini e di bambini, di tutti, devono essere diminuiti, è questo il pensiero antifemminista. Antifemminismo è paritarismo. A questo punto, occorre capire la motivazione per studiare la soluzione. La soluzione proposta dai sensazionalisti è francamente il nulla, perché non si ammette la causa del fenomeno. Io, a causa della mia vocazione antifemminista, non mi faccio tutti questi problemi ad analizzare il fenomeno in maniera lucida e non ipocrita. Ecco che se in un istituto scolastico gli alunni ricevono più note e più rimproveri che in altri istituti, le cose saranno due: o ci sono in quell’istituto insegnanti più severi, o gli alunni sono più indisciplinati. O, più facile, entrambe le cose. Ma nessuno si fa problemi a dire che è possibile che le vittime dei rimproveri se li meritino. Ora, con la questione degli omicidi di marchio femminicidio, non sarebbe giusto parlare del merito, perché nessuno si merita di morire prima della vecchiaia e questo lo vorrei sottolineare con forza, per evitare obiezioni successive. Ma io, a dire la verità, mi stupisco di quanta poca violenza degli uomini sulle donne avvenga in una società come la nostra, dove la donna non ha il culto del rispetto verso nessuno, dove la donna è vista come una regina ed è il mezzo di scalata sociale; la donna deve maneggiare un valore tanto inestimabile che le delusioni intorno alla sua (dissennata) gestione di questo potere, possono molto spesso mandare in corto circuito i partner più fragili moralmente e psicologicamente. Altra questione è quella chimica, che si lega anche ai valori economici: la relazione sessual-sentimentale è una droga, senza se e senza ma; dà assuefazione, dà dipendenza, dà effetti collaterali nel momento in cui si interrompe. Nel momento in cui s’interrompe la soddisfazione ormonale, l’uomo non può troieggiare, la donna sì; l’uomo può andare con delle prostitute, ma i neurotrasmettitori che venivano consumati con un rapporto sentimentale intensivo, non possono venire consumati in toto. Spiego meglio: in una relazione amorosa soprattutto se prolungata, uomini e donne si sentono quasi dello stesso valore; finita questa, uomo si ritrova ad essere l’essere umano di serie B che deve pagare per fare sesso, che non può ricevere attenzioni; per la donna è diverso e può facilmente sfogarsi con altri uomini, che si atteggeranno da innamorati. La soluzione ai femminicidi quindi, non è altro che l’antifemminismo; la soluzione è la parità sessuale e voi femministe-sensazionaliste avete intenzione di risolvere un fenomeno ingrandendolo. Occorre rispettare di più l’uomo, smettere di venerare la donna e reintrodurre una cultura anticonsumistica.

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  4. Ieri sera Speciale TG1 ha parlato di femminicidio. Ecco la replica:
    http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html#ch=1&day=2013-07-14&v=240444&vd=2013-07-14&vc=1

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