venerdì 12 aprile 2013

IL SENSO DEL LIMITE E IL NEOMEDIOEVO DIGITALE

In questi giorni hanno fatto notizia sul web la nascita del figlio di Belen e le battute, spesso molto cattive, nei confronti della showgirl rimpallate su twitter (qui il post di Un altro genere di comunicazione).

Sul fatto che il web stia diventando lo sfogatoio pubblico degli Italiani si è parlato tanto. La colpa, però, non è del mezzo. Il web, semplicemente, amplifica cose e atteggiamenti, sia positivi che negativi.

Se in una cultura gli anticorpi a una simile amplificazione non sono stati creati in precedenza, come il senso del rispetto e della misura ad esempio, il web non farà altro che farci scontare tutte, una per una, tali mancanze.

Una delle mancanze di oggi in Italia, per esempio, è la perdita del senso del limite, un concetto affatto banale che, in relazione alle persone, significa rispetto. Un rispetto che non è solo formale o di buona educazione, ma anche empatico ed emotivo.
E' ciò che sta all'origine della convivenza civile e di una società non violenta. Io ti rispetto in quanto essere umano, perché sei portatore di una tua dignità, quella dignità umana che nella storia è stata riconosciuta da un punto di vista formale ma che negli ultimi decenni è stata calpestata e frantumata a colpi di produzione di sottocultura.

Sono convinta che la perdita del senso del limite nel nostro Paese sia infatti in gran parte il prodotto di decenni di volgarità e di beceri messaggi mediatici che hanno usato, trattato (e, soprattutto per quanto riguarda le donne, rappresentato) le persone come oggetti contribuendo alla prostituzione di massa della dignità e dell'originalità umana nei confronti del mercato.

La perdita del senso del limite verso l'altro/a nello schernire, mettere al pubblico ludibrio, sbeffeggiare e umiliare persone note e meno note (si viene messi alla gogna anche se non si è famosi) mascherata da satira e da ironia diventa così un atteggiamento che è stato per certi versi "naturalizzato" dai media e assorbito dal senso comune. Il messaggio sociale che è passato è che non solo è possibile umiliare pubblicamente (soprattutto le donne), ma se lo si fa con una certa brillantezza, può essere anche una cosa divertente.
Ma la satira è altra cosa dall'umiliazione. La satira graffia ma non insulta. La satira è un mezzo che disvela, non offesa gratuita.

L'analfabetismo e l'inquinamento cognitivi, frutto di tale sottocultura, concorrono così a produrre una sorta di medioevo di ritorno: un neomedioevo digitale dove, al posto della gogna nella pubblica piazza, c'è l'agorà dei social network.
Se è vero che le parole sono pietre, ecco dunque il proliferare di una nuova lapidazione pubblica, di cui Belen è un facile bersaglio: è diventata famosa grazie a una sottocultura che mitizza le donne avvenenti rappresentandole come oggetti sessuali e proprio da questa sottocultura ne sconta ora l'oscuro livore. E' una donna che vive la sua sessualità e che viene considerata alla stregua di una "sfasciafamiglie" (frequenti sui media i continui riferimenti alla precedente ex fidanzata quando si parla della coppia), ha mostrato il proprio corpo e ne ha ricavato fama e per questo è considerata, come vogliono gli stereotipi di cui la sottocultura si nutre, "una poco di buono".

Ma "poco di buono" allora dovrebbero (dovremmo) esserlo tutti: i media che l'hanno permesso e anzi hanno fomentato questo fenomeno, il pubblico che ha mostrato il proprio gradimento rendendolo redditizio, il mercato che ne ha tratto guadagno, chi, semplicemente parlandone, contribuisce alla sua awareness.

7 commenti:

  1. Bel blog e bell'articolo...
    La libertà della rete (oggi fin troppo cavalcata) fa trascendere il concetto di libertà verso il tutto concesso. Il fatto di accedervi dalle nostre stanze private rende lecito ciò che diventa pubblico? La sicurezza che ci dà l'ambiente domestico da cui navighiamo ci svincola dalle remore che (forse) ci limitano nel reale?

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  2. "Ma 'poco di buono' allora dovrebbero (dovremmo) esserlo tutti: i media che l'hanno permesso e anzi hanno fomentato questo fenomeno, il pubblico che ha mostrato il proprio gradimento rendendolo redditizio, il mercato che ne ha tratto guadagno, chi, semplicemente parlandone, contribuisce alla sua awareness." Questo mi è piaciuto particolarmente. ;)

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  3. Il signor L. non può pronunciarsi riguardo il senso del limite, trattandosi di confini che egli valica continuamente, da un lato e dall'altro. Considerato dunque il suo disagio riguardo il politicamente corretto, egli pone l'accento sul mancato riconoscimento dell'altro nelle società post capitaliste e sulla deriva narcisistica delle tecnologie e dei media. Qualora si potesse parlare di un'ontologia nazionale, l'Italia raccontata da Malaparte ne "La pelle" non sembra fosse così diversa :-)

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    1. Possedere il senso del limite non significa non poterlo travalicare, ma sapere quando e come poterlo fare.

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  4. Lei mena un po' il can per l'aia, come si suol dire :-)

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  5. Bell'articolo.
    Mi ha ricordato questo ...
    http://femenitalia.blogspot.it/2013/03/chi-ha-paura-del-corpo-delle-donne.html?m=1

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