lunedì 7 maggio 2012

FEMMINICIDIO E COMUNICAZIONE

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E' il dibattito del momento, dopo l'appello "Mai più complici": far entrare la parola "femminicidio" nella cronaca dei delitti di donne compiuti per mano maschile (perché il termine femminicidio? Ce lo spiega Barbara Spinelli qui).
Non solo. Sensibilizzare la stampa e  i media ad esporre la violenza sulle donne in modo adeguato non sottovalutando il fenomeno, ad esempio consigliando di evitare di parlare di omicidi "passionali" (che tanto mi ricordano quel concetto di "delitto d'onore" troppo recentemente scomparso dal nostro ordinamento giuridico), di motivazioni relative alla gelosia o altre descrizioni che possano in qualche mondo rischiare di sminuire la gravità del reato conferendo al gesto attenuanti "comprensibili" o spiegazioni socialmente accettabili.

Fra le diverse analisi di articoli usciti sulla stampa che hanno riportato femminicidi pubblicate in questi giorni, vorrei citare, come esempio, una scritta da Un altro genere di comunicazione (questa) che tra l'altro ha anche recentemente pubblicato delle proposte di riscrittura di articoli di cronaca sulla violenza di genere.

Come riportare, dunque, in modo corretto un femminicidio? Ce lo spiega la breve "Guida per una comunicazione responsabile sulla stampa dei casi di femminicidio" realizzata da Femminismi analizzando materiale prodotto in altri paesi (come il codice pubblicato da Zero Tolerance in Inghilterra) e che potete leggere qui, della quale vi riporto un estratto dall'introduzione, che a mio avviso riassume bene e sinteticamente la questione (i grassetti sono miei):

"La mancanza di una corretta comunicazione giornalistica dei fatti di femminicidio non aiuta la società a liberarsi di una piaga dolorosa, anzi, sostiene una cultura che non riconosce piena libertà: che è libertà di vivere come meglio si crede nel rispetto della libertà altrui. Quando la stampa nazionale o locale si focalizza solo sui sentimenti, sulle frustrazioni, sulla vita dell’uomo che ha compiuto violenza o omicidio e cancella completamente i sentimenti, la vita e i desideri della donna vittima, allora la comunicazione viene deviata in un racconto del fatto dal punto di vista unico del carnefice, contribuendo a spettacolarizzare la violenza o a presentarla come l’atto isolato e scellerato di un uomo: eppure le statistiche, gli studi e le esperienze personali ci dicono che non è quasi mai un atto singolo che porta alla morte di una donna, ma un continuum di violenza che viene considerata normale da sopportare o da far sopportare ad una donna".

Oltre a questo codice consiglierei a tutt* i giornalisti e le giornaliste anche le sempre indispensabili raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana che ritengo importantissime per chiunque si occupi di informazione e di comunicazione oggi. Il modo in cui usiamo il nostro linguaggio, che privilegia il maschile in numerose forme, riflette e al contempo influenza il nostro modo di pensare purtroppo ancora discriminante. Si tratta di raccomandazioni talmente importanti ed elementari che mi chiedo come mai non siano usate e diffuse ovunque.

Già solo seguendo queste due semplici guide credo che le cose comincerebbero a cambiare.


Immagine di Anarkikka

1 commento:

  1. Grazie per questo importante promemoria, Giorgia.
    Sono assolutamente d'accordo sull'utilità di leggere il testo di Alma Sabbatini: e non soltanto per chi si occupi di comunicazione, ma per tutti e tutte! Io l'ho fatto, più volte, torno a leggerlo ogni tanto, e mi fa sempre riflettere molto.
    A volte mi trovo pedante, vengo definito dagli altri pedante - stare attenti a tutte le parole che si usano non è né semplice né a costo zero né tantomeno ben accetto, ma ne vale sempre, sempre la pena.
    Parlare bene vuol dire pensare bene. Ne sono convinto.
    Molti mi hanno rimproverato il fatto che nel blog a volte uso * in finale di parola, altre no. "O lo fai sempre, oppure che senso ha?". Io, sinceramente, lo trovo un bel gesto. Ci sono casi e post in cui porvi l'accento è meno importante che in altri, in cui invece urge sforzarsi e magari spezzare la fluidità con un elemento estraneo. E' uno sforzo umano, no?

    Qui un mio piccolissimo contributo alla questione. http://mentemiscellanea.blogspot.it/2012/05/non-sprechiamo-i-saperi-ne-le-identita.html#comment-form

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