venerdì 16 dicembre 2011

LA RETORICA DELLE RIVISTE MASCHILI E QUELLA DEGLI STUPRATORI: UNO STUDIO INGLESE LE METTE A CONFRONTO

L'mmagine dell'articolo di Cordis
Una lettrice mi segnala un articolo in cui si parla di uno studio condotto nel Regno Unito sull'immagine della donna proposta delle riviste maschili rivolte a giovani uomini eterosessuali (in questo caso, inglesi). L'indagine, in pratica, dimostrerebbe come il linguaggio usato in queste riviste abbia delle caratteristiche in comune con il linguaggio usato dagli autori di reati sessuali e contribuisca all'oggettificazione della donna.

Ecco un estratto dell'articolo che vi invito a leggere per intero sul notiziario "Cordis", il servizio comunitario d'informazione in materia di ricerca e sviluppo gestito dall’Ufficio delle pubblicazioni dell’Unione Europea:

Il team, formato da ricercatori della Middlesex University e dell'Università del Surrey, ha presentato gli argomenti dello studio con descrizioni di donne tratte da quattro delle riviste maschili più diffuse nel Regno Unito e commenti sulle donne fatti da stupratori detenuti. La maggior parte delle persone che hanno preso parte allo studio non erano in grado di distinguere le citazioni prese dalle riviste dalle citazioni dei detenuti per stupro.

Questi preoccupanti risultati suggeriscono che il sessismo e l'oggettificazione della donna diventa normale se appare in riviste popolari e ampiamente disponibili.


Pubblicati sul British Journal of Psychology, i risultati rivelano che degli uomini che hanno preso parte allo studio, un campione randomizzato di 96 soggetti di età compresa tra 18 e 46 anni si è identificato di più con i commenti fatti dagli stupratori che non con le citazioni tratte dalle riviste maschili.


I ricercatori hanno chiesto anche a un gruppo distinto di donne e uomini di età compresa tra i 19 e i 30 anni di dare un voto alle citazioni in termini di quanto fossero denigratorie e di cercare di identificare la fonte delle citazioni. Sia gli uomini che le donne hanno classificato le citazioni delle riviste maschili come più denigratorie, ma in generale hanno avuto difficoltà a determinare a quale gruppo appartenessero le citazioni. 


Questo studio credo che dimostri lo stretto legame fra rappresentazione mediatica e influenza sulla realtà, portando l'attenzione sulle responsabilità che i media hanno nell'uso del linguaggio e nella rappresentazione delle donne. Inoltre, sottolinea a mio avviso una questione importante: le radici culturali della violenza sessuale. Insomma, sono tanti gli spunti su cui riflettere.
Sarebbe interessante uno studio del genere relativo anche ai media italiani, non trovate? 

7 commenti:

  1. Forse una ricerca del genere sui media italiani darebbe risultati meno eclatanti, ma soltanto perché credo che in Italia la stampa maschile sia ancora agli albori e quindi ancora cauta, o così almeno sembra a me che la leggo molto raramente, acquistandola soltanto in occasione di particolari gadget...
    Sarebbe poi forse ancor più interessante scoprire quale immagine degli uomini è diffusa dalla stampa maschile in abbinamento all'oggettivazione delle donne: da fruitore occasionale e con sguardo socio-mediologico non sistematico, io vi trovo una degradazione pazzesca, che viene astutamente mascherata con uno stile ammiccante e umoristico, fintamente auto-ironico... Noi uomini secondo quei modelli siamo MACCHINE: macchine da sesso, da sport, e da vizi. Macchine felici di cercare la massima prestazione meccanica, e quindi protesi a cercare il carburante più appropriato e la manutenzione ottimale, e di accettare i danni sia temporanei sia permanenti che provoca l'uso a pieno regime...

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  2. Hai assolutamente ragione, @Enzo C, interessante è la riflessione sull'immagine rappresentata dell'uomo. Perché dici che i nostri giornali maschili sono all'alba?

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  3. Dicevo all'alba perché non mi pare che siano sorti da moltissimi anni, quindi credo che siano letti soltanto da una nicchia di uomini, molto inferiore a quella delle donne per le riviste femminili... Non ho sottomano dati sulle vendite, ma che non ci sia ancora l'abitudine lo deduco ad esempio dal fatto che non trovo riviste maschili a disposizione tra molte riviste invece "femminili o suppergiù" (es. i rotocalchi di gossip sentimentale) in luoghi frequentati da persone di entrambi i sessi come lo studio del mio medico di base e il salone del parrucchiere unisex... Chiaramente non c'è ancora una tradizione di letture simili nell'universo maschile italiano.

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  4. ma per riviste maschili intendete quelle come playboy? ma bisognerebbe dividere le immagini dal testo.

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  5. oddio non credo si riferissero a quelle pornografiche come Playboy, lì l'oggettivazione è praticamente il fondamento... Penso che la ricerca abbia riguardato la stampa magazine come Men's health e For Men Magazine...

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  6. Io invece trovo questi studi un'idiozia tipicamente anglosassone. In che senso hanno fatto un confronto tra linguaggi? Qual'è la definizione di "linguaggio"? Hanno usato un analizzatore sintattico che misura la percentuale di un dato set di parole? Su questa base si può dimostrare che una scimmia che batta un milione di parole prese da un dizionario inglese dell'800 avrà la stessa frequenza di fonemi di Dikens. Senza contare che i grandi gruppi editoriali scelgono redattori che usano un "linguaggio" medio comprensibile dal target a cui sono rivolti, ad esempio scelgono solo parole ed espressioni comprensibili da un diplomato di high school e non quelle comprensibili da un laureato in filologia romanza; quindi casomai è il pubblico ad influire sul "linguaggio" di una rivista e non il viceversa.
    Nota finale: il femminismo è una cosa troppo importante per argomentarlo con uno scientismo d'accatto.

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  7. Mi sono reso conto di non aver centrato il problema. Il punto è: ci si affida ad un criterio di somiglianza che potrebbe essere giustificato in tutt'altro modo. Si potrebbe argomentare che Marinetti è un fomentatore della guerra e che il linguaggio di Artaud è indistinguibile da quello di uno schizofrenico. Qualunque testo ha una semantica che dipende dal contesto e non ci si può limitare ad un principio di analogia sintattica (frasi o espressioni simili). Questo è un criterio adottato da McCarthy o dalla Gestapo per dimostrare che gli artisti o i militanti di sinistra erano pedofili.

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