venerdì 8 aprile 2011

PRECARIATO: COME TI SALVA IL MATRIMONIO E TI PRESERVA DA FIGLI SQUILIBRATI

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Riceviamo e pubblichiamo una lettera ironicamente amara di una lettrice, Francesca, che ci racconta la vicenda di Giovanna (nome di fantasia), una donna a cui il precariato ha “dato” molto.  Perché anche questo è uno dei motivi per cui l’Italia è così indietro in tema di pari opportunità:

“Ci sono mamme che si sono proprio montate la testa, lasciatemelo dire.
Il mondo è pieno di mamme che credono che dalla vita si possa avere tutto: matrimonio felice, una bella casa, un paio di figli sani e giudiziosi e, naturalmente, una bellissima carriera. Oggi le donne, certe donne, non si accontentano più della pagnotta che porta a casa il marito, ma pretendono di lavorare, come se non fosse possibile vivere con mille euro al mese, un mutuo ed una famiglia.

Oltre a minare il sentimento di virilità dei maschietti, questo atteggiamento femminista distrugge le delicate "psichi" dei pargoli. Non ci vuole una laurea per intuire che i bambini crescano meglio con la mamma che con una decine di tate che si avvicendano nei primi anni di vita, eppure ci sono milioni di donne che sacrificano altrettanti virgulti innocenti, che pure dicono di amare più di loro stesse, sull'altare della carriera. Si tratta di donne avide, perennemente insoddisfatte, frustrate. Praticamente da ricovero.

E così il mondo si riempie di piccoli bambini problematici, che, senza la guida costante della genitrice, da grandi diventeranno di certo scassinatori, rapinatori, magari perfino serial killer.
Fortunatamente c'è il precariato a salvare questi bambini, a salvare la virilità dei mariti, a salvare tantissimi matrimoni e, in sostanza, a salvarci da una futura emergenza sociale.

Vi racconto un caso esemplificativo, realmente accaduto. Non rivelerò il nome dell'avida arrivista perchè non vorrei rischiare una denuncia e perché è vero che stiamo parlando di lei, ma stiamo parlando anche di tantissime donne, che possono essere nostre sorelle, nostre figlie, nostre amiche, nostre fidanzate. In questa lettera la chiameremo semplicemente "Giovanna", dato che non conosco ad oggi nessuna con questo nome.
Giovanna, donna in carriera, lavorava da anni in un'azienda. Mai una nota di demerito, mai un richiamo. Si dice che fosse una vera e propria stakanovista, tant'è che il suo capo le fece l'onore di farla lavorare come precaria, per non ingabbiare il suo talento in un rapporto di "dipendenza" (anche a voi sembra orribile la parola "dipendenza"? Comunemente le persone che sono affette da "dipendenza" si fanno curare, invece oggi così tanti lavoratori ne sentono la mancanza. Ma valli a capire).

Dopo anni di onorato servizio ed una carriera lanciata, Giovanna sentì il richiamo della natura e programmò di avere un figlio. Dico "programmò" perché mai si sarebbe permessa di lasciare il fortino durante un picco di lavoro.
Quando scoprì la gravidanza non la nascose. Tutto andò benissimo finché, dopo il parto di un fantastico e sanissimo primogenito, Giovanna comunicò che sarebbe rientrata al lavoro.
Il saggio capo, pensando al piccolo che sarebbe cresciuto senza una madre, inviò a Giovanna una lettera nella quale le comunicava che non ci sarebbe stato alcun lavoro per lei, ma una "carriera" da mamma. Lei, avida di denaro e con la testa piena di stupide idee quali "pari opportunità" e "mutuo da pagare", si arrabbiò moltissimo.

Se Giovanna avesse avuto un rapporto di "dipendenza" con l'azienda, ciò non sarebbe accaduto, e così la società si sarebbe trovata a gestire, tra qualche anno, un piccolo teppistello scatenato. Inutile dire che Giovanna avrebbe divorziato.

Giovanna dovrebbe essere grata al precariato, che le sta permettendo di vivere la maternità in maniera serena, tornando alle sane abitudini di una volta, secondo le quali era il maschio dominante a procacciare il cibo. Anzi, sono sicura che per Giovanna questa sarà un'esperienza altamente formativa, perché imparerà che non è vero che con mille euro al mese non si può vivere, che si tratta di una frottola messa in giro da certi blog sovversivi.
Evviva il precariato, quindi. Evviva la maternità.”

Francesca

(Immagine by Valgraphicart)

15 commenti:

  1. esilarante....
    ... se non fosse cosi' tristemente vero

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  2. questa lettera è ironica ma neanche poi tanto. la mentalità più diffusa in Italia non è poi così diversa dalla teoria esposta da Francesca. E tutto sommato ai politici conviene così. Perché incentivare il lavoro femminile? in fondo le donne a casa sono più serene, e si sentono più realizzate a fare le mammine e preparare pranzetti. Le donne più intelligenti sono quelle che sposano un buon partito che le possa mantenere, loro si che hanno capito tutto della vita! Perché aprire gli asili nidi o renderli più accessibili dal punto di vista delle rette, in fondo i bambini stanno meglio con le mamme o con i nonni! E perché incentivare il tempo pieno, un orario prolungato alla scuola materna… a che serve? Io sono una mamma lavoratrice, sono stata precaria e disoccupata, ancora non ho ricevuto una lira di maternità eppure sono passati 2 anni e mezzo. Mi sento una privilegiata perché grazie ai miei studi (e alla mia tenacia) posso permettermi di fare un lavoro che mi piace, mandare mio figlio all’asilo e di conciliare tutto anche se costa molta fatica a me e mio marito. Ma è sempre stato tutto solo sulle nostre spalle (e con un piccolo aiuto economico iniziale da parte dei nostri genitori). Le istituzioni non solo non mi hanno appoggiata nella mia scelta ma anzi mi hanno umiliata ed ostacolata. E ogni giorno vedo difficoltà che mi si presentano e che riesco a risolvere solo perché bene o male i nostri stipendi ce lo permettono. E mi sento una mosca bianca, a cominciare dal colloquio alla scuola materna in cui quando si chiedono informazioni sull’orario di chiusura ci si sente rispondere “se siete entrambi lavoratori potete lasciare vostro figlio fino alle 5”,SE siamo entrambi lavoratori, come se fosse un’ipotesi eccezionale e non la norma. E quando ti dicono che per i primi mesi è meglio che stia solo mezza giornata, tu provi a spiegargli che non puoi prenderlo all’ora di pranzo, la domanda nasce spontanea: “ma non avete un nonno, un parente che lo possa prendere?”. No, non ce l’abbiamo un nonno o un parente, viviamo soli in questa città, nessuno ci aiuta. Ecco, è così in qualunque tappa della crescita di un figlio. Prima pagare un asilo nido privato, poi una baby sitter che copra le negligenze della scuola pubblica, successivamente i centri estivi, quando la scuola sarà chiusa. Sono solo affari tuoi, se vuoi lavorare e contemporaneamente avere figli hai voluto la bicicletta e adesso pedala! (continua)

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  3. E i commenti di parenti e amici alla mia scelta non sono sempre incoraggianti. La tua cugina che ha un figlio coetaneo del tuo ma non ha mai lavorato, pur essendo laureata, sottolinea che “tanto mio marito guadagna bene”, come se io lavorassi solo perché altrimenti non si arriva a fine mese! La zia che quando sente che hai inserito il bimbo al nido risponde con un “poverino!”, come se io fossi una mamma così sfortunata che oltre a dover lavorare sono persino costretta a lasciarlo all’asilo. Peccato che oltre che una necessità sia stata una scelta educativa, e i risultati (positivi) si vedono. Per non parlare di quelli che ti fanno i conti in tasca: “ma se spendi tot per l’asilo, tot per la baby sitter e tot per la donna di servizio, ti conviene andare a lavorare?”, come se il mio stipendio fosse secondario a quello di mio marito, tutto sommato se ne potrebbe fare a meno, e come se i soldi uscissero solo da quello stipendio e non da entrambi gli stipendi. Eh si perché il mio lavoro è uno sfizio, quello di mio marito no. Questa è l’aria che si respira, questa è la mentalità, avvalorata da una completa assenza delle istituzioni. Peccato che i risultati da un punto di vista economico, oltre che della natalità, si vedono. E molti mariti appoggiano la scelta della moglie di stare a casa, salvo poi lamentarsi se in caso di divorzio li mettono in mutande. Allora le leggi sono tutte a favore delle donne, le donne sono delle privilegiate. Peccato che in quei paesi dove le pari opportunità sono una realtà e dove si investe nell’occupazione femminile, nei sostegni alle famiglie e si è ottenuta una pari distribuzione dei ruoli, si sia riscontrata, oltre che un aumento delle nascite, una diminuzione dei divorzi. Chissà perché.

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  4. Bella lettera ironica, anche se io vorrei proprio conoscerli questi uomini che si sentono "svirilizzati" dalla moglie che lavora. A me avere accanto una donna economicamente indipendente farebbe solo piacere.

    paolo1984

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  5. @CosmicMummy: grazie per aver condiviso con noi la tua esperienza. molte si saranno identificate...

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  6. Lo stile brillante della lettera ti fa sorridere mentre la leggi, ma di un sorriso amaro. E mi monta un rabbia tremenda pensando a come vanno le cose in questo Paese. Ma perché? Perché? E poi, mi domando, da dove sono usciti tutti questi manager d'azienda? Sicuramente gli ha portati la cicogna, sono stati trovati sotto un cavolo, sono cresciuti da soli...
    E comunque credo sia inutile rifarsela con gli imprenditori, i datori di lavoro. Il loro obiettivo è il profitto, senza se e senza ma. Non possiamo sperare che qualcuno guidi la sua azienda secondo criteri di equità e giustizia sociale.
    Coloro verso i quali dovremmo pretendere qualcosa stanno in Parlamento. Solo lo Stato può mettere le cose apposto. Alla faccia della mano invisibile del mercato.

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  7. Posso dire una cosa comunque? Però, che lettrici che ho! :)

    Vita da streghe

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  8. Bellissima lettera complimenti a chi l'ha scritta..purtropp oquesta è la realtà italiana :(
    Mary

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  9. Mi sembra triste che questa signora che fa sacrifici per conciliare lavoro e famiglia debba ricevere da parenti e amici critiche così fuori luogo. Non capisco perché molte donne considerano ancora la famiglia come una loro prerogativa quasi esclusiva come se fosse scontato che devono essere loro a trascorrere maggior tempo con i figli. Io ho sposato una donna meravigliosa che lavora in un'azienda e quando abbiamo deciso di avere figli è stato naturale che me ne occupassi di più io perché ho un lavoro con orari più flessibili. Ora i bambini vedono la madre la sera e nei week end e dato che sono presente io non risentono della sua assenza e le sono molto legati, in questo modo lei è libera di esprimere il proprio talento senza rinunciare a nulla.
    Allora mi chiedo perché molte donne pensano che siano loro a dover rinunciare al lavoro? E che razza di uomini sono quelli che danno x scontato sia la moglie che deve occuparsi dei figli? è necessario abbandonare certi aspetti tradizionalisti della nostra cultura perché i figli non sono della madre ma di entrambi i genitori e si deve decidere insieme per il bene della coppia e dei figli.
    Simone

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  10. permetti condivido FB? grazie ;)

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  11. http://www.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fwww.ilnostrotempoeadesso.it%2F&h=0a76e

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  12. Avevo postato un intervento che rovesciava un po' il discorso al maschile, credo sia andato perduto per avarie del mio provider... Ma mi va benissimo quotare Simone! io gradirei molto una paternità in cui sono quello che si occupa dei figli almeno alla pari, se non di più, qualora potessi avere un orario flessibile, come la mia vita sembra ormai instradata... Tuttavia in questo paese il mix tra disoccupazione, precariato e salari irrisori rischiano di negare questa gioia e realizzazione a molti di noi (e per alcuni come me inizia già ad essere tardi...)

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  13. Il mondo del lavoro è spietato: devi dedicare completamente la tua vita ai tuoi capi. Credo che sia anche per questo che le madri di famiglia sono escluse. Io sono contraria alla donna descritta nella lettera (perché ne esistono veramente così) ma tante famiglie sono nell'indigenza ed è giusto che anche le donne abbiano l'opportunità di lavorare ma anche di sentirsi realizzate.

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  14. http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/11/litalia-non-si-addice-alle-mamme/103460/

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