giovedì 23 dicembre 2010

Nonostante i miei pantaloni (post narrativo)

Non so se mia madre dovesse andare a lavorare, ma fu ciò che mi disse prima di lasciarmi. Era il mio primo giorno d'asilo e decisi di crederle."Tornerà" pensai. Era sempre tornata, del resto. E ricacciai le lacrime indietro.

Non ho molti ricordi prima di quel momento. La mia infanzia incomincia dalla sezione gialla della scuola materna, nei primi anni '80.

Non mi piacevano le gonne, completavo di nascosto i giochi dell'eserciziario e preferivo mangiare nel piatto con la giraffa piuttosto che in quello con l'ippopotamo. (Beh, a nessuno piaceva il piatto con l'ippopotamo). Il mio primo matrimonio lo celebrai quando ero nei piccoli. Essendo un'unione combinata da una ristretta cerchia di grandi e di mezzani, mi sposai senza poter scegliere il mio coniuge, che comunque si dimostrò gentile e mi confezionò un anello di pongo.

Negli anni successivi dell'asilo decisi di non sposarmi più e preferii mantenere una certa indipendenza sentimentale, cosa che mi conferì rispetto, nonché il privilegio di ricevere di diritto le lucertole catturate sul muro del giardino. Le conservavo nella scatolina trasparente dei formaggini Susanna perché avevano i buchi per respirare, poi le lasciavo libere, con la coda mozzata. Tanto poi ricresceva. A dirlo adesso, che sono diventata animalista, fa anche un certo ribrezzo.

La considerazione di cui godevo, tuttavia, aveva una nemica: la maestra dell'altra sezione. Alla maestra dell'altra sezione piacevano le gonne. E io non portavo le gonne. Non so perché non mi piacessero le gonne. Forse perché le consideravo un indumento inutile dal momento che non mi permettevano di giocare liberamente. Forse perché mi facevano sembrare diversa. Forse perché mi facevano sentire osservata dalle persone in un modo che non gradivo e che già avvertivo, in qualche modo, invadente.
Forse non portavo le gonne perché avevo le ginocchia gemelle e questo probabilmente voleva dire "non avere le gambe belle come quelle della tv". Forse. Sta di fatto che la maestra dell'altra sezione non mancava mai di farmi notare questo mio bizzarro disinteresse con un'ironia che faticavo a comprendere ma che aveva il potere di farmi stare alla larga dal suo territorio.

I miei amici del cuore erano cinque. Durante una festa di fine anno uno di loro mi invitò a giocare nella sua squadra, composta solo da lui e suo padre, ma poiché le malelingue dei genitori iniziarono a fare commenti maliziosi sul nostro conto ("Andrà da lui, vedrai", "Figurati se Giorgia non va con lui!"), decisi di aggregarmi ad una squadra di sole femmine, per troncare definitamente le chiacchiere sul nostro conto.
Persi il gioco e con esso l'occasione di fare ciò che avrei voluto. Ma imparai. Negli anni successivi, cercai di vivere sempre seguendo i miei desideri. Soprattutto in fatto di relazioni.

La mia maestra, un giorno, chiese a mia madre il permesso di portarmi in un posto dove c'erano altri bambini di altri asili per fare degli esperimenti didattici. Ci fecero usare diversi strumenti musicali e sondarono, almeno così credo, la nostra capacità di riconoscere le note. Non so come me la cavai quel pomeriggio, ma mi piace pensare che andò bene.

Nonostante i miei pantaloni.

5 commenti:

  1. Pezzo freschissimo, l'ho letto con un sacco di piacere :)

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  2. intenso . mettilo se ti và da me

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  3. Anch'io ho vissuto la mia infanzia negli anni '80. Mi ricordo che da bambina a scuola solo io avevo la gonna mentre le altre avevano i pantaloni. Non mi piaceva questa situazione, mi faceva sentire diversa. Era mia madre che mi vestiva così, secondo i suoi gusti. Sarà per quello che preferisco i pantaloni, sono molto più pratici. La gonna la porto solo quando sono obbligata da certe circostanze ma non la odio: c'è ne sono di bellissime.

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  4. nonostante anche i miei di pantaloni

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  5. Quando si racconta la propria storia avveine sempre una reazione maieutica in chi la legge e rivive, nel mentre, la propria esperienza personale. Grazie a tutt* :)

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