venerdì 18 dicembre 2009

Chi dice donna dice "la vita è dura"

"Le donne nel mondo del lavoro e delle professioni sono sempre di più, e in alcuni segmenti sono addirittura la maggioranza.

Pensiamo a tutte le professioni di tipo relazionale, come il giornalismo e le relazioni pubbliche, alla pubblicità e alla comunicazione in senso lato; pensiamo alla professione legale; o al vastissimo settore della distribuzione, ma sempre di più anche alle banche e alla finanza. In tutti questi casi è possibile trovare delle donne non solo nelle strutture dei vari livelli, ma anche al vertice.

Se però si guarda alla media delle posizioni di vertice in tutti i settori, la musica cambia. Le donne ricoprono solo il 4% del totale, una proporzione inaccettabile e ingiustificabile visto che nel mondo del lavoro rappresentano ormai quasi la metà. È vero che le politiche per le pari opportunità sono relativamente recenti, ma il progresso è troppo lento e il mondo dominante maschile fa fatica a realizzare situazioni di reale uguaglianza di opportunità.

Non è pensabile che si arrivi a una reale ed equa parità di opportunità nel breve periodo, ma tra pensare a un 50% di donne nei vertici delle aziende e nei consigli di amministrazione e constatare che siamo al 4% rende benissimo l'idea del cammino che c'è da fare. L'Inghilterra è oggi all'11,7% e cresce. Può l'Italia ambire a un progresso simile?

Innanzitutto va detto che le quote rosa non rappresentano la soluzione ideale, perché imporre per legge nelle varie situazioni una percentuale di rappresentanza femminile sembra realmente sbagliato.

Dal punto di vista delle aziende, perché si può benissimo dare il caso che in un certo momento e in una data situazione non vi siano donne più meritevoli degli uomini di assumere una data responsabilità, e dunque occorre stare attenti a non realizzare pratiche di diversity management all'incontrario. E dal punto di vista femminile, perché accedere a posizioni di responsabilità per decreto può essere in molti casi umiliante e foriero di errori e di pericoli per le donne stesse.

La strada maestra è quella di una reale ed efficace gestione del problema da parte delle aziende. Una recente ricerca alla quale hanno partecipato circa 100 gruppi italiani e stranieri che sono presenti in Italia ha rivelato due punti estremamente significativi. Il primo è che i gruppi stranieri hanno quasi sempre manager responsabili della questione, mentre quelle italiane quasi mai. Il secondo è che laddove ci siano politiche di diversity management le donne occupano posizioni molto più avanzate.
Un dato per tutti: le imprese che hanno tali politiche hanno nel 29% dei casi un direttore generale donna; le altre sono ferme al 10%."

di Enrico Sassoon
(WebTime di www.casaleggio.it)

3 commenti:

  1. Il problema è molto complesso e, secondo me, parte anche dalla famiglia. Fino a che non ci sarà un effettiva parità di ruoli e di compiti in famiglia, è molto difficile e faticoso per una donna dedicarsi anche alla carriera. Superata questa prima difficoltà ci sono i pregiudizi nell'azienda. Credo che ognuna di noi potrebbe raccontare una storia di discriminazione nel lavoro. Ma non si può cambiare questo per legge, occorre cambiare le teste partendo dai nostri figli maschi.

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  2. Io invece pongo questo quesito, perchè le donne in gamba non si coalizzano e formano realtà alternative a situazione principalmente maschili? Non sarà per caso dovuto al fatto che le donne sono principalmente poco inclini al collaborazionismo tra "donne"?

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  3. E perché gli anonimi non si firmano? >:)

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