mercoledì 2 settembre 2009

Il sessismo nel nostro linguaggio

“L'uso che facciamo del linguaggio, verbale e non, riflette e influenza il nostro modo di pensare, di agire e viceversa” questa la presentazione di un interessantissimo blog dedicato allo studio del sessismo nel nostro linguaggio.

“[Il linguaggio] E' il principale mezzo di espressione del pregiudizio e della discriminazione. L'utilizzo di un linguaggio sessista tiene in vita idee erronee e stereotipi di genere. Secondo la studiosa del linguaggio Alma Sabatini ad esempio "...l'uso di un termine anzichè di un altro comporta una modificazione nel pensiero e nell'atteggiamento di chi lo pronuncia e quindi di chi lo ascolta. La parola è una materializzazione, un'azione vera e propria...."

Le parole sono pietre. E le pietre possono costruire come far male. Le parole non si limitano a descrivere il mondo ma ne generano la sua stessa sostanza. Nell’suo delle parole si riflette il pensiero dell’uomo. Non è un caso, dunque, che il nostro linguaggio rispecchi la dominanza del maschile ed è per questo che, se vogliamo cambiare il mondo e la sua mentalità, dobbiamo cominciare a cambiare le modalità che la esprimono.

Per noi che scriviamo, che educhiamo, che discutiamo o che semplicemente parliamo, ecco una piccola guida per un uso non sessista del linguaggio pubblicato da questo interessante gruppo di studio:

Piccolo prontuario per l’uso del femminile nel linguaggio

• usare la doppia desinenza e non il neutro-maschile
es: le/gli bambine/i; la/il scrittrice/ore oppure le bambine e i bambini, le scrittrici e gli scrittori, oppure usare l'asterisco finale se cambia solo l'ultima lettera altr*, tutt*

• cercare forme alternative invece del neutro-maschile
es: chi legge invece di il lettore; l’umanità invece di l’uomo

• desinenza in –a (anche più corretta grammaticalmente) invece che in –essa (peggiorativa) o inalterata al maschile
es: sì: sindaca, avvocata, ministra, magistrata, recensora, assessora, architetta, tecnica, ingegnera, critica, medica, chirurga, filosofa, cancelliera, ferroviera, segretaria (nel senso di segretaria di partito), pretora, deputata
no: sindachessa, avvocatessa, ministro, donna ministro, ministro donna
sì: professoressa, dottoressa che ormai sono entrate nell’uso e non hanno più senso peggiorativo

• desinenza in –ice accettabile perché non ha solitamente senso peggiorativo
es: sì: direttrice, scrittrice, ricercatrice, operatrice, rettrice, programmatrice, autrici varie
no: direttore, direttore donna, ricercatore, autori vari
sì/no: direttora e le altre forme in –a che in questo caso risultano un po’ forzate e inutili

• desinenza invariata (parole epicene= femminile e maschile uguali) evidenziare l’articolo femminile
es: sì: la vigile, la presidente, la giudice, la poeta, la soprano, la studente, le studenti, la manager, la leader, la capoufficio, la caposezione, la capoclasse, la sacerdote (sacerdotessa se ci si riferisce all’antichità)
no: la vigilessa, il vigile, il giudice, il soprano
sì/no: la poetessa, la studentessa (si possono usare perché poetessa non sempre ha mantenuto l’originario significato negativo e studentessa è entrato nell’uso comune)

• attenzione ai plurali che limitano
es: “la più grande scrittrice” non fa capire che è “la più grande tra le scrittrici e gli scrittori” e non solo tra le scrittrici

● concordanza al plurale
usare la doppia desinenza tutte/i
oppure usare l'asterisco tutt*
oppure concordare con la maggioranza femminile se sono più donne
oppure concordare con l’ultimo termine dell’elenco

> Per maggiori informazioni: Il sessismo nei linguaggi

14 commenti:

  1. Capisco che l'attuale linguaggio ci condizioni e sia un'eredità di tempi in cui le donne non venivano considerate, ma non si può cambiare il linguaggio come si cambierebbero le regole di un gioco da tavolo. Esso ci appare naturale e credibile solo se i suoi cambiamenti avvengono lentamente, guidati dalla tendenza stessa del sistema o anche da fattori sociali profondi ed epocali. L'ingegneria linguistica completamente intenzionale è una forzatura e quando è fatta, per giunta, da chi non detiene abbondante prestigio e potere, suona velleitaria e artificiosa.
    Il genere grammaticale non è il genere biologico e bisognerebbe dirlo chiaro e tondo a scanso di equivoci e suggestioni. Quando io dico che un termine è maschile non voglio dire che il suo referente è di sesso maschile, ci mancherebbe. Un tavolo è forse un maschio la cui femmina è la tavola? (e si riproducono?!). "maschile" e "femminile" sono solo due categorie di comodo della lingua, tanto che ciò che è maschile in una è femminile nell'altra e la classificazione può cambiare coll'evoluzione di una lingua. Il neutro maschile è solo un neutro, è retropensiero o ricostruzione del pensiero di una persona non imparziale che si pensi,dicendo "l'uomo" più ad un maschio che ad una femmina. Si pensa a "homo sapiens", homo, tra l'altro, mica vir

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  2. Poi in realtà c'è molto di sensibilità personale nel pensare che un certo termine abbia o no un certo significato aggiuntivo di valore. Ad esempio io non ho mai attribuito connotazione negativa al suffisso -essa se non nel derisorio (e recente) "sindachessa". Cose come "giudichessa", poi, non so su che base dici che originariamente fossero negative. Non può essere che in realtà lo siano diventate in tempi relativamente recenti ("giudichessa", tra l'altro è una carica politica della Sardegna medievale e non credo che ci facessero satira...) Poi, anche se questo potrebbe in realtà essere considerato maschilismo, io trovo molto più dignitoso il neutro maschile in certi casi: sintagmi come "il ministro Gelmini" non credo vogliano mettere in dubbio la femminilità della donna in questione, semplicemente ne evidenziano l'unico aspetto che in quel contesto conta: il ruolo politico. Se si fosse detto "la ministra Gelmini" oltre alla sensazione di cacofonia si sarebbe inutilmente evidenziato il sesso del ministro, superfluo per il contesto (anzi, il rischio è che risalti ancor di più un certo sottinteso carattere d'eccezionalità, come dire "è pure donna!" e che quindi il disprezzo veicolato sia maggiore)

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  3. Scusa se commento così tanto ma le questioni di lingua mi sono sempre piaciute. Mi sono trovato a pensare quanto sia inutile, macchinoso, ridondante, ricordare il sesso di una persona quando ci si rivolge ad essa e quanti problemi abbia creato nelle traduzioni di programmi per computer (che, come è noto, accetta rigidamente certe alternative previste e altre no) dall' inglese, lingua "poco sessuata" alle lingue romanze, "molto sessuate". Poi mi hanno sempre affascinato i casi in cui c'è ammessa la doppia possibilità, ad esempio in alcuni usi del participio nelle forme composte italiane. Ora, nessuna parola è perfettamente uguale all'altra, dunque ho sempre pensato che ci fosse una differenza di significato nascosto fra dire ad una donna "ti ho visto ieri" concordando neutro cioè privilegiando l'idea di verbo e "ti ho vista ieri" privilegiando l'idea di participio-aggettivo. Notiamo poi che per ragioni sintattiche che ancora mi sfuggono è ammesso solo "ho visto te" ma non "ho vista te" nemmeno se è una donna (suona arcaico). Personalmente uso l'uno o l'altro a seconda di quanto voglio evidenziare il sesso del mio interlocutore o metterlo tra parentesi

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  4. Credo che questi suggerimenti siano assolutamente condivisibili. Da bambina mi chiedevo: "Ma perché devo essere sempre considerata in un gruppo solo maschile, quando magari ci sono più femmine? (i bambini)" @Marco B., tu non te lo sarai chiesto da piccolo...comunque, sulla cacofonia, è una questione di abitudine, di "orecchio", poi ogni persona faccia come meglio crede, l'importante è iniziare a usare anche le alternative.

    angela

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  5. @Angela Purtroppo in Italiano si è obbligati a dare un genere grammaticale (non un sesso biologico! Molte sovrappongono le due cose) a tutto. L'alternativa sarebbe mettere tutto al femminile, ma non sarebbe meno ingiusto. Un genere a parte per il neutro non esiste, l'alternativa barrata del tipo "socio/a" è avvocatesca e goffa, la forma "soci*" sembra più una query per computer. Se ti consola, sempre sul blog segnalato da Giorgia, ho letto un'opinione che esprimeva ad una teoria che, sebbene non compiutamente, ho in testa anche io: il fatto che il genere maschile, generalmente ma non necessariamente abbinato al sesso maschile, sia il genere standard, significa che essere di genere (e di sesso?) femminile è un'informazione più rilevante, più marcata, rispetto all'essere di genere/sesso maschile (informazione spesso di poco conto). Insomma il tratto "femminile" è qualcosa di non ordinario. Si è sempre considerata questa marcatezza con un segno "meno", si è sempre detto "è non ordinario perchè non considerato altrettanto forte e valido, perchè da discriminare". In un certo clima, accettatemelo, vittimistico, poche hanno pensato che tale discriminazione fosse di segno "più" cioè vedesse, almeno alle origini, il sesso femminile come venerato e maggiormente degno di nota rispetto al maschile

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  6. @Marco B. il punto di vista della vittima non mi piace per niente, ma non mi interessa nemmeno la venerazione; non ritengo giusto considerare un sesso come "più" rispetto all'altro perché l'agognata parità vale anche per il maschile e perché, di questi tempi, non mi aggrada certo immaginarmi venerabile, per poi essere rappresentata come spogliata, muta e contenta... il neutro del latinorum non si può certo ripristinare, l'asterisco anche a me sembra una query, la formula con la barretta è un po' problematica, la soluzione migliore per me è iniziare da "chi legge" invece di "il lettore", "persona, essere umano" invece di "uomo"... poi, ripeto, per quanto mi riguarda è un fatto di abitudine e di orecchio. Infine, è vero che il maschile linguistico non è il maschile biologico, ma simbolicamente rimanda al mondo maschile (non tanto biologico, quanto simbolico) ed eclissa il femminile.

    angela

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  7. Credo che in quell'epoca remota non si venerassero certo le donne sbattendole in calendario! E' ben chiara la distinzione tra un nudo erotico, un nudo esplicito e un nudo artistico...sebbene qualcuno tenti di mischiar le carte come quando s'è detto "icona, dea della bellezza" alla Chiabotto che spiccicava due parole stentate mentre era sotto i riflettori completamente nuda, coperta di phard e lustrini su vulva e capezzoli...Posso capire l'uso del "chi" anzichè il participio presente, ma sarebbe utile in un numero piuttosto limitato di casi. In ogni caso io non sento sinceramente il neutro-maschile come qualcosa che rinvii ad un referente di sesso maschile o con caratteristiche maschili (poi me lo spieghi, cos'è, questo "maschile simbolico", che non mi è mica chiaro). Francamente davvero credo che un participio femminile risulterebbe molto più esclusivo e marcato (e a dirla tutta, sarà un effetto paradosso del maschilismo, ma la sessualità maschile mi sembra che sia percepita anch'essa come meno marcata e anche meno potente...) per cui trovo più naturale e meno impegnativo privare il maschile del suo sesso per farne un neutro che non il femminile. Pensa solo come si reagirebbe: "Care lettrici"-> giornale solo per donne (tipicamente quei giornali di moda che non sopporto) mentre non riesco a fare un'associazione così con "cari lettori". Molto di più con "Caro lettore" in cui il singolare esclude che ci si possa riferire a tutti, maschi e femmine. Tu mi dirai, ripescando da studi marxisti, che tale procedimento non è naturale, come d'altronde nulla è, ma naturalizzato, cioè assunto come materia prima solo perchè in quello stato era la società (il "sistema") quando io sono venuto al mondo. Questa in ogni caso è la mia sensibilità e ti assicuro che non è affatto inconsapevole, solo che così funzionano le mie associazioni mentali

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  8. PS "persona" lo detesto cordialmente. Nato dal termine latino per "maschera teatrale" si è portato addosso quel che di finto e di gelido. Indica più un ruolo e un'immagine (nel senso di percezione sociale dell'individuo) che un essere umano di carne, sangue e cervello

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  9. Poiché, storicamente, si sono formate molte parole maschili con il significato di colui che compie l'azione, si potrebbe pensare che i maschi siano coloro che agiscano nel mondo, rinforzando il vecchio binomio "maschio attivo/femmina passiva" e con il rimando ai contenuti simbolici come: maschio=azione, giorno, luce, bene / femmina=passione, ombra, notte, male. In questo senso intendevo il "maschile simbolico".
    "Persona" non è così brutto come lo dipingi; a me le maschere non danno fastidio...;-)
    In ogni caso, tu hai la tua sensibilità, che non giudico a priori, e io ho la mia: facciamo come meglio crediamo!

    angela

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  10. Io credo che l'umanità sia sufficientemente pronta per un salto evolutivo non solo nella società ma anche nel linguaggio.
    A me il termine persona piace, come mi piacciono i termini individuo, anima, essere vivente, creatura e tutte quelle parole che non identificano l'essere umano come un uomo ma come respiri di qualunque genere e dire "uomo" come sinonimo di "essere umano" nella nostra lingua crea una sottile ma potentissima identificazione con gli uomini (di genere maschile) prima che con le donne.
    Nominare qualcosa significa darle forma e percezione.
    E' inutile che sottovalutiamo la potenza subliminale che ne consegue e che appartiene a tutti i linguaggi, non solo quello verbale.

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  11. Rimango dell' idea che ci sia il rischio che tutto ciò si tramuti in linguaggio gergale/comunitario per le sole femministe, esattamente come esiste un linguaggio di sinistra, uno di destra, uno dei giovani, uno degli hacker. Come avere la forza di rendere questo nuovo linguaggio il linguaggio di tutti? C'è poi un secondo pericolo, quello che per reazione chi non è d'accordo neanche nella sostanza della rivendicazione di parità o di uguaglianza (più di quanti si pensino, magari) tramuti queste parole "bizzarre" in folclore, linguaggio comico degno di quelle "strane" donne. Lì sarebbe davvero finita e ci vuol poco

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  12. @ Marco B., scusa la franchezza, ma chi se ne frega di come ci catalogheranno. Non credo che informare sulle origini e le disparità presenti nel nostro linguaggio e proporre un nuovo e più accorto modo di parlare significhi inventare un linguaggio d'elite. Credo invece che significhi fare informarzione e diffondere una nuova cultura.
    Noi (mi permetto di usare questo termine perché so che molti lettori sono così) che siamo sensibili cominciamo ad utilizzare un linguaggio che rispecchi la nostra sensibilità, dove non vi sia la prelavenza di un sesso su un altro. E se dei piccoli accorgimenti grammaticali possono aiutarci, perché non usarli?

    In ogni caso, ogni precursore è e sempre sarà sbeffeggiato dalla maggior parte dei propri contemporanei. E tuttavia questo non gli ha impedito di cambiare, con le proprie azioni, il corso della storia.

    Ciao,
    Giorgia

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  13. Ma bisognerà pur pensare alla reazione, fare un pò di PR, gabella necessaria a questo tempo, no? Lo so che "il progresso umano non è mai stato merito di persone ragionevoli", e che c'è in oriente chi pratica e teorizza "la forza della sola influenza", del solo esempio personale. Ma sinceramente non ne posso più di vedere innovatori convinti ma poco attenti all'immagine essere additati come Don Chisciotte

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  14. Non mi pare che porre la questione e offrire spunti per un nuovo modo di parlare significhi essere poco attenti all'immagine.

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