lunedì 25 maggio 2009

Storie di donne: Joumana Haddad

«Dimmi, Voce, quante grida occorrono per risvegliare una testa mozzata?»

(Joumana Haddad)

Riporto di seguito un estratto dell'intervista "La verità del Corpo", comparsa l'anno scorso su l'Unità e segnalataci dall'amica Viviana, a Joumana Haddad , una donna che ha deciso di sfidare il mondo con le sue parole libere e sfrontate, che potete leggere integralmente qui.


"Fare conoscenza con la poesia e la scrittura di Joumana Haddad, libanese, oggi considerata una delle più importanti autrici arabe contemporanee, significa fare i conti con parole scomode e a volte crudeli, ma avvolgenti, vibranti. Leggere i suoi versi, in arabo, come in francese, in inglese, o in italiano, lingue in cui pure compone, è accettare di fare i conti con lo stupore del dolore e con la spudoratezza del piacere, con la strozzatura della disperazione e con il respiro della speranza.

La incontriamo in una piccola casa bianca dalle finestre blu, di fronte al mare, perché proprio in questi giorni sta per essere pubblicato in Libano il primo numero della rivista da lei creata e diretta, Jasad, un’impresa spericolata e pericolosa, ma necessaria e affascinante: una rivista in lingua araba dedicata alle scritture del corpo e dell’erotismo, pubblicata proprio al crocevia di tutti gli integralismi, una rivista che strappa con decisione il chador dagli occhi e il velo dalle coscienze di ogni compromesso con gli steccati ‘morali’ che fanno del corpo (e delle scritture del corpo e sul corpo) il luogo del diabolico, l’oggetto di ogni interdetto. Lei accende il suo sigaro, si versa un bicchiere di vino bianco di Ischia e l’intervista può cominciare...

Il suo testo più conosciuto in Italia è Il ritorno di Lilith e lei spesso definisce se stessa una Lilith, la donna che venne prima di Eva, Lilith, la ribelle che non accettò di giacere con Adamo standogli sotto, colei che nessuno può prendere e che invece prende. Che significa, oggi, essere Lilith? E che significa esserlo in un paese così particolare come il Libano, certamente il più ’europeo’ dei paesi mediorientali, ma gomito a gomito con l’integralismo religioso?
«Significa, prima di tutto, ‘fare una scelta’. E non sto parlando da un punto di vista femminista, ma più generalmente umano, che riguarda sia gli uomini che le donne. Fare la scelta di assumersi la responsabilità della propria individualità nei confronti dell’industria delle greggi, industria che si chiama ormai “mondo moderno”. Fare la scelta di seguire la propria strada, anche se questa strada non convince gli altri, o li disturba. Fare la scelta di fuggire l’omogeneità, anche se il prezzo da pagare è la solitudine. Fare la scelta di esprimere le nostre differenze, e di esserne fieri. Fare la scelta di dire ‘no’, anzi, di ruggire ‘no’, ma anche ‘sì’, quando ci va di dire sì. Fare la scelta di abbandonare i paradisi artificiali per andare a vivere in inferni veri. In sintesi, essere Lilith significa rifiutare i limiti che ci sono imposti da altri, sfidare il terrorismo invisibile praticato dal mainstream, ed osare trasgredire le censure ed i tabù di ogni tipo: religiosi, politici, sociali, culturali.»

E proprio da Lilith sembra partorito il progetto di Jasad. Può spiegarci cos’è Jasad, quali sono i suoi obiettivi?
«Jasad, parola che vuole dire corpo in arabo, è una nuova rivista culturale trimestrale in arabo, che tratta delle arti e le letterature del corpo, quel corpo definito dal poeta Novalis come “l’unico tempio vero di questo mondo”. Il corpo non solo nelle sue manifestazioni erotiche, ma in tutte le sue rappresentazioni. Forse non sarebbe opportuno parlare di obiettivi, non c’è e non ci sarà mai un’ideologia dietro Jasad, perché io non credo alle ‘cause’ e alle lotte collettive, anche le più nobili. Diciamo che la rivista sarà una tribuna libera per gli scrittori liberi in lingua araba. E ne abbiamo tanti, al contrario di quanto si pensa in Occidente (molti sono i cliché da abbattere...). Hanno solo bisogno di spazio per esprimere questa loro libertà e la rivista vorrebbe contribuire a dare loro questo spazio vitale.»

Quali sono state le reazioni in Libano a un’iniziativa tanto coraggiosa, ma che da certi ambienti potrebbe essere vissuta addirittura come una sfida? So che insulti e minacce non si sono fatti aspettare.
«Non si può parlare ancora di reazioni vere e concrete, siccome il primo numero non è uscito e c’è stato solo l’annuncio della nascita del progetto su alcuni periodici e giornali. Comunque, già con il solo annuncio, la rivista ha suscitato uno tsunami di commenti. Certo, come dici, ci sono stati insulti di ogni tipo, o minacce di persone scandalizzate, che non potevano capire i motivi di un’iniziativa come questa. Ma devo dire che ci sono state anche tante reazioni di appoggio e di splendido entusiasmo. E questo è normale. Il mondo ha bisogno di fare rumore, ma noi dobbiamo continuare a camminare lo stesso. La mia carriera finora non è stata delle più facili, per tante scelte che ho fatto nella mia scrittura e nella mia vita, ma anche perché sono nata in questa zona maledetta del mondo, dove le faccende più semplici possono rivelarsi a volte una “mission impossible”. Insomma, sono ormai abituata: la carovana passa, dice un vecchio proverbio arabo, e i cani abbaiano, e ammetto che io adoro combattere. La vita è anche un incontro di boxe. D’altra parte, l’unanimità mi fa orrore. La considero un segno allarmante e inquietante.»

In Italia, come nel mondo arabo, l’influenza delle religioni e delle loro ’morali’ è sempre più evidente, a volte addirittura asfissiante. Come mai, a suo parere, un fenomeno del genere, che a volte assume aspetti ’medievali’, sta invadendo con arroganza territori che prima erano riservati alla cultura laica? E’ di nuovo il tempo di censurare Sade e Galileo, a Beirut come a Roma, a Parigi come al Cairo?
«Non pretendo di avere delle risposte. Ma guardo intorno a me, e sento dentro una grande rabbia. Penso che siamo tutti responsabili e probabilmente il fatto di non assumerci ognuno la propria responsabilità fa peggiorare la situazione. Ognuno vede nell’altro il demonio assoluto, e gli attribuisce tutti i torti. Ma sono convinta di una cosa: la nostra salvezza, se salvezza c’è, (anche se non mi piace questa parola, e la sto utilizzando solo nel suo significato letterale), risiede nei valori illuministi, tolleranti e laici del continente europeo, di queste culture vostre, basate sulla libertà, sul rispetto dell’altro, sui diritti umani. Vedere questi valori sparire poco a poco proprio in certe parti d’Europa mi terrorizza.» "

(Link: www.joumanahaddad.com)

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