domenica 8 marzo 2009

Una mattina in classe, a parlare di stupro

Ecco un estratto dell'articolo di Monica Lanfranco in merito ad un dibattito in una scuola superiore di Genova sulla violenza sessuale a seguito della visione del film North Country:

"Così come in altre scuole salta subito all’occhio che non ce la fanno a stare fermi e attenti per più di pochi minuti
: il fatto di non separarsi mai né dal cellulare né dall’ipod, e l’essere abituati alle interruzioni in tv sembra avere indotto una mutazione antropologica rispetto alle generazioni precedenti. Molti insegnanti mi confermano che la percentuali di disturbi dell’attenzione è altissima.

Con le quarte (sono circa una sessantina) la scintilla scocca ancora prima del film: quando cito le cifre sulla violenza e le molestie in Italia e nel mondo un ragazzo salta su come una molla: ”Va bene parlare di stupro, però le ragazze a volte esagerano. Non mi va bene che se, per esempio, io bevo un po’ una sera, incontro una anche bevuta, e poi dopo succede qualcosa, al mattino lei venga fuori con la storia che l’ho stuprata.” Ci siamo. Una ragazza, seguita da altre, risponde arrabbiata al compagno: il fatto di avere alzato il gomito non giustifica il saltare addosso ad una ragazza, perché un ragazzo è più forte fisicamente e può imporsi. Butto lì anche la questione dell’abbigliamento: essere provocanti e svestite è un’attenuante per il violentatore? Su questo si dividono quasi nettamente: le ragazze rivendicano il fatto di potersi vestire come vogliono, (tranne una minoranza che sostiene che se ti metti troppo in vista te la vai a cercare, e si prendono un lieve applauso da parte di un gruppetto di maschi), mentre i ragazzi, tranne uno, si descrivono come ‘più animali’ delle femmine, e quindi incapaci di trattenersi. La deriva parte da qui, dalla convinzione che comunque esista una ‘naturale’ predisposizione del maschio all’incontinenza istintuale: hanno solo sedici, diciassette, anni e già sono certi che maschile sia sinonimo di pulsione sessuale selvaggia. Attenzione: quando passo all’ovvia conclusione, che cioè stanno dicendo che tutti gli uomini sono potenziali violentatori, ecco che non ci stanno. Nonostante le cifre che ho fornito siano lì, scritte su un grande foglio bianco, e inchiodino gli uomini italiani in grande maggioranza su quelli stranieri, (e gli uomini della cerchia familiare più di quelli sconosciuti) come autori abituali degli abusi scatta la ribellione. No, non è vero: gli stupratori sono gli altri. Rumeni, albanesi, di certo non gli italiani, non quelli ‘come loro’ sono i veri violenti. “Lo sa cosa ci vuole per rimettere le cose a posto? - dice a voce alta uno dei ragazzi più chiacchieroni, la faccia pulita e infantile. - Più armi, pena di morte e castrazione, ma non quella chimica, quella fisica, magari in piazza, così, per dare l’esempio”. La matassa è intricatissima: stupro, sicurezza, razzismo, violenza generale, paura, odio, impotenza si intrecciano, in un mix reso ancora più micidiale dall’assenza di informazione e di approssimazione mediatica.

Il giorno dopo ci sono le quinte. Anche qui la prima reazione è di difesa: nel film si parla di Stati uniti, c’è la miniera di mezzo, certo che non è un posto da donne, e comunque ora tutto è tranquillo nel mondo del lavoro. Quando accenno al fatto che oggi, in Italia, ci sono aziende che fanno firmare alle giovani donne dichiarazioni nelle quali loro si impegnano a non restare incinte pena il licenziamento si ammutoliscono, così come cala il silenzio quando snocciolo i numeri della violenza in famiglia.

L’impressione è che, se si riesce a fare fermare quel tanto che basta la loro attenzione sulla materialità e concretezza dell’argomento, se il parlare delle relazioni tra uomini e donne passa dalla lontana teoria alla pratica dei loro rapporti, dei loro corpi, allora la musica cambia. Una ragazza con grande coraggio racconta che un fidanzato la riempiva di lividi, e che per molto tempo, dopo la rottura lui l’ha perseguitata. La reazione dei compagni è quasi unanime: quello non era normale. Però, grattando sotto la superficie, ecco che riemerge l’adagio dell’animalità maschile: in fondo bisogna capire che i maschi sono più reattivi, e quindi uno schiaffo ci può stare, la gelosia è brutta ma è anche sintomo di attaccamento, l’amore non è bello se non è litigarello, le donne dicono spesso no con la bocca ma in fondo un po’ bisogna forzarle. Hanno diciotto, vent’anni ma esprimono concetti analoghi a quelli dei loro nonni.

E’ un antico, raggelante ritornello: le donne sono una fortezza da espugnare, gli uomini degli arieti che a testa bassa partono e non si possono fermare. Del resto se la loro formazione ai sentimenti e alla sessualità resta dominata dalla televisione della De Filippi e dai telefilm perché stupirsi? Almeno questa scuola sta provando a intercettarli, ma quante sono le scuole in Italia dove questo accade?"

(Fonte: Women.it)

1 commento:

  1. Bleah. E pensare che nei licei si studia l'uomo naturalmente incline al bene (a meno che non sia ignorante) di Platone e quello che lo è in quanto razionale di Aristotele. E che nel lontano passato si diceva esattamente il contrario, cioè che quella incline alle pulsioni, al sentimento, all'irrazionalità era la donna (ovviamente ciò era finalizzato all'estrometterla da attività di prestigio). Ma questi uomini non si rendono conto che si degradano, che degradano l'immagine del loro sesso?

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