sabato 7 marzo 2009

Malamore. Esercizi di resistenza al dolore

Storie di donne che resistono alla violenza e ai soprusi degli uomini; donne che, nonostante tutto, non trovano il coraggio di protestare e di liberarsi dei loro compagni.

E' questa la realtà descritta dalla giornalista Concita De Gregorio, da poco direttore de L’Unità, nel saggio Malamore. Esercizi di resistenza al dolore, pubblicato dalla Mondadori nella collana Strade blu.

"Le donne", scrive, "provano la temperatura del ferro da stiro toccandolo. Brucia ma non si bruciano. Respirano forte quando l'ostetrica dice non urli, non è mica la prima. Imparano a cantare piangendo, a sciare con le ossa rotte. Portano i figli in braccio per giorni in certe traversate del deserto, dei mari sui barconi, della città a piedi su e giù per gli autobus. Le donne hanno più confidenza col dolore. È un compagno di vita, è un nemico tanto familiare da esser quasi amico. Ci si vive, è normale. Strillare disperde le energie, lamentarsi non serve. Trasformarlo, invece: ecco cosa serve. Trasformare il dolore in forza. È una lezione antica, una sapienza muta e segreta: ciascuna lo sa".

La giornalista riporta così i racconti di numerose donne che le hanno descritto la loro vita: Maria Malibran ad esempio, leggendario mezzosoprano, che impara a nascondere le lacrime durante le terribili lezioni di canto inflitte dal padre. Oppure Denise Karbon che scia ingessata, Vanessa Ferrari che volteggia con una frattura al piede.

Ma anche donne comuni che si lasciano picchiare dai compagni perché pensano che la violenza "sia una debolezza"; donne che "vivono ogni giorno sul crinale di un baratro e che, anziché sottrarsi quando possono, ci passeggiano in equilibrio".

Cosa ci induce a non respingere, anzi a convivere con la violenza?, si chiede la De Gregorio. E quanto è alta la posta in palio?

"Alcune soccombono, molte muoiono, moltissime dividono l'esistenza con una privata indicibile quotidiana penitenza. Alcune ce la fanno, qualche altra trova nell'accettazione del male le risorse per dire, per fare quel che altrimenti non avrebbe potuto. Sono, alla fine, gesti ordinari. Chiunque può capirlo misurandolo su di sé. Sono esercizi di resistenza al dolore".

(Fonte: Esseredonnaoggi.it)

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