Quella di oggi è una lettera rischiosa. Forse destinata a scatenare polemiche. E tuttavia non ho potuto fare a meno di scriverla.In questo periodo sento molto parlare di femminismo. Tante donne rivendicano, giustamente, l'orgoglio di essere femministe. Sul blog de "Il corpo delle donne" c'è un bellissimo video che sradica gli stereotipi della parola femminista in modo fresco e originale.
Però mi chiedo e nel contempo chiedo a tutti, perché ne sento davvero il bisogno: che cosa vuol dire essere femminista? Cosa vuol dire oggi essere femminista?
Io il movimento femminista purtroppo non l'ho vissuto e ammetto, davvero, di non conoscerlo a fondo. Provate, dunque, a spiegarmelo voi.
La prima sensazione che provo a sentirmi affibbiare questa parola non è tanto il fastidio dell'immaginario rabbioso, duro e scarsamente femminile che si è voluto perpetrare negli anni su questo termine, perché sono consapevole della manipolazione culturale e mediatica avvenuta a suo discapito negli anni recenti. Non è nemmeno la paura di etichettarmi politicamente. La prima cosa che provo quando mi dicono che chi si impegna per le cose in cui credo è un/una femminista è il dubbio. Quello di una domanda troppo pesante da ricacciare indietro: perché per difendere i diritti delle donne, per denunciare l'uso scorretto dei loro corpi e lottare contro l'abuso violento che le donne subiscono ogni giorno devo per forza definirmi una femminista?
Non sono semplicemente una persona che difende ciò che per lei è giusto in questo momento?
Nella mia vita ho combattuto tante battaglie: ho promosso la filosofia dei world social forum ma non mi sono mai definita una terzomondista, ho promosso l’altra economia ma non mi sono mai definita una no global. Ho fatto battaglie politiche di dissenso ma non sono mai stata una comunista. Perché ora devo per forza definirmi per affrontare la nuova sfida che sto intraprendendo? Su questo blog ho parlato spesso dei diritti dei gay, dovrei dunque definirmi una omosessualista?
I nomi sono importanti. I nomi ci identificano. I nomi definiscono e, definendo, impongono dei limiti.
Perché definirci? E se proprio dobbiamo definirci, perché non provare a farlo in modo creativo? Creando nuovi termini, aperti, scevri da qualsiasi etichetta o falsi pregiudizi.
Sogno un mondo dove non esistano più femminismi e maschilismi ma movimenti fatti da persone per le persone, che si confrontino di volta in volta su tematiche sempre diverse. Sogno un mondo dove non si parli più né di uomini, né di donne ma di persone.
Questo non significa non riconoscere il passato e gli sforzi fatti fino adesso, questo non significa essere ingrati o sminuire tutti coloro che sono, sono stati e si sentono femministi. Significa liberarsi dai limiti imposti dalle definizioni per creare qualcosa di nuovo, con una propria identità, che riconosca il passato ma nel contempo se ne affranchi.
Io devo la mia libertà di essere umano e di donna a molte persone e molti movimenti, non solo femministi. Di tutti riconosco il merito. Ma non per questo mi devo definire come appartenente ad essi per poter progredire nelle mie conquiste. Anche quelle di donna.
La Nuova Era
Sono negli impeti di chi si dà voce
e non delega, non pospone, non spera,
ma si afferma.
Sono nel grido gioioso dell’umanità
stupita della propria bellezza.
Sono dove è la coscienza,
e dove questa si oppone all’interesse
di coloro che non per merito, non per coraggio,
né per illuminazione
furono assunti a governare questa civiltà.
Sono nel desiderio di osare
e di ricercarsi oltre misura.
Sono dove ogni cosa è una e molteplice,
scomposta nelle differenze,
congiunta nel tendere unanimemente
alla dignità.
Sono nelle parole che non narrano di uomini,
né di donne
ma di anime generate dal medesimo palpito creativo.
Io sono l'era dell'Incanto.
E con gli sguardi di chi mi percepisce
investo la disattenzione di chi non mi crede possibile.
(Giorgia)













